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Una Brutta Faccenda



PROLOGO

Giordano scese dal lato guida e gli si pose difronte, chiudendogli la via di fuga: il nero era fisicamente imponente, ma Giordano, pur meno atletico, aveva una stazza che incuteva rispetto e prudenza. Maggio fece il giro dall’altra parte dell’auto, venendosi a trovare di fianco ai due. L’esitazione del nero fu di più breve durata: gettò la borsa a terra, e, immediatamente, alcune finte Lacoste, banconote stropicciate e qualche spicciolo fuoriuscirono dalla lampo aperta; quindi si lanciò a testa bassa verso l’ostacolo apparentemente più facile da superare, cioè verso Maggio, il quale si predispose ad assorbire l’inevitabile collisione: si ritrovò a terra, sulla schiena, con il nero che tentava, carponi, di alzarsi e riprendere velocità passandogli sopra. Maggio, dimenticando ogni tecnica di difesa personale sommariamente appresa anni prima, gli afferrò una gamba, trattenendolo a fatica mentre urlava a Giordano: “LE MANETTE! LE MANETTE!”. Non si capiva come avrebbe fatto ad usarle. Dalla scomoda posizione, con una gamba che faceva leva a terra e l’altra sulle sue braccia, il nero tentò uno scatto improvviso per liberarsi definitivamente. Maggio cercò Giordano con gli occhi e, girata la testa verso di lui, li sbarrò per serrarli subito dopo: l’intera mole di Giordano gli oscurò la visuale senza toccare terra e piombò perentoriamente sull’uomo, con una forza tale da scagliarlo a terra sotto il suo peso. Più che una cattura era stato un placcaggio. Maggio si alzò prima seduto, poi accorse verso i due, con le manette aperte. Il nero non voleva saperne e si dibatteva ancora a terra, ma non c’era modo di liberarsi dal ginocchio di Giordano piantato a metà della spina dorsale, un ginocchio di quasi cento chili. Con i muscoli ancora tremolanti per il grande e improvviso sforzo, Maggio riuscì ad ammanettare l’uomo al lampione più vicino.




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