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martedì 2 luglio 2013

Cosa ho imparato dall'autopubblicazione

Sono passati sei mesi... da quando te ne sei andata? No, non è così. Sono passati sei mesi da quando mi sono imbarcato, titubante, in questa cosa dell'autopubblicazione (in realtà sono sette, ma è uguale). Un racconto pubblicato, un libro nel cassetto (mio) e nei cestini di alcuni editori, e questa sconosciuta che viaggiava in rete e mi offriva una seconda vita, come l'oceano a Ismaele. Vieni, qui troverai quello che cerchi. È stato così. Questi sei (sette) mesi, sembrano una vita, tante le cose successe e l'esperienza accumulata, e tutto mi fa credere che il trend sia esponenziale.
Sono diventato frequentatore abituale di social forum e smanetto come uno qualsiasi dei miei figli. C'è ancora molto da fare, lo so: ma tutto questo, pochi mesi fa, non esisteva.
Soprattutto sono cresciuto, e quello che sembrava perfetto è diventato perfettibile, quello che sembrava esaurito rivela risorse insospettabili.
La rete è una forma di democrazia assoluta, fuori di ogni retorica.
Ho letto di kabbalah e internet, dicevano che non era una sorpresa, che il Talmud l'aveva prevista: una specie di Terra Promessa virtuale (ma quale non lo è?), cioè un luogo dove si verificano sogni e ambizioni e il massimo essere di ciascuno di noi. Altri da tempo indicavano nell'America, e non in Palestina, la vera Terra Promessa. Forse sono solo coincidenze, ma senza questa invenzione sarebbe stato praticamente impossibile per me pubblicare un libro. Ora ho quattro titoli su Amazon, un quinto in preparazione, un sesto e un settimo in progetto...
Da bambino sognavo un'edicola, poi di diventare scrittore, ora sono, di fatto, anche editore e la rete mi ha posto difronte solo alla mia (in)capacità. Posso pensare finalmente da adulto e realizzare ciò che avevo dentro, dipende solo da me. Non è questa la Terra Promessa?

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