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domenica 20 dicembre 2015

Il mio quasi-amico Moni Ovadia

Smentisco subito il titolo: non posso dire che siamo amici, però incontrarlo dal vivo è stato come vedere di nuovo qualcuno che conoscevo. In effetti ho letto gran parte dei suoi libri, se non tutti, e ho avuto anche il piacere di regalarli, quando è capitato.
Sto parlando di Moni Ovadia, l'Ebreo che Ride, come il titolo di uno dei libri di cui ho accennato. L'artista
è venuto per la quarta o quinta volta in Umbria, che io sappia, in questi ultimi anni, e ha presentato il suo spettacolo, il registro dei peccati, in una piccola sala gremita della biblioteca di Marsciano, a un pubblico attento e silenzioso.


L'attore-cantante, non so come meglio definirlo, ha sfiorato vari argomenti anche di attualità, con l'arguzia e il disincanto di chi tenta sempre di sfuggire i luoghi comuni, contro l'idolatria, mi viene da dire, come un altro dei suoi titoli che ho apprezzato, mi sembra proprio fosse il primo. Non ricordo come capitai a sfogliarlo. Io ero sì interessato alla cultura ebraica: un interesse, almeno all'inizio, di storia contemporanea che necessitava di sempre maggiori approfondimenti. Da qui alla Shoah , l'annientamento (da non confondersi con olocausto) si fa presto; oltre, beh, non è da tutti, devo dirlo, almeno statisticamente.
Credo sia una di quelle coincidenze solo in apparenza casuali della vita, in realtà tappe fondamentali del percorso di ciascuno quando, tra mille e mille rivoli, trova e segue il suo, nonostante la scarsa illuminazione e la segnaletica appena sufficiente. Appena, infatti.
E qui, a Marsciano (da autore autoprodotto, intendo), ho potuto scoprire un altro tassello in quell'itinerario immaginario, specie quando l'artista si è speso a favore dell'iniziativa dei giovani, del valore dell'entusiasmo e della qualità espressiva e dei contenuti nel teatro amatoriale ancor più che in quello professionale. Un incoraggiamento a credere ed essere se stessi, impegnarsi e lavorare per portare fuori ciò che si ha da dire, nella vita come a teatro, palcoscenico della verità.
Il movimento della gamba tradisce emozione quando parla di cose orribili, testimonianze dirette che, sole, possono provare a rendere cosa è stato: non solo nazisti, ma giapponesi nei confronti di cinesi, la ex-Jugoslavia raccontata dal poeta bosniaco, i sopravvissuti che raccontano ognuno a modo suo la storia particolare di ciascuno.
Non si riesce a non seguire, a non ascoltare, a non essere attenti, e rimango sempre un po' deluso quando, alla fine, qualcuno gli chiede una barzelletta. In quel momento mi sento proprio un goy, un gentile, e capisco quando, nella stessa aneddotica, noi cattolici siamo visti come personaggi un po' curiosi e arretrati, soprattutto intellettualmente. Quelle di Moni Ovadia non sono barzellette, sono testimonianze autentiche di un mondo millenario. Come era nelle sue intenzioni, Moni Ovadia ha recuperato non una cultura, ma un mondo intero, vivo, sparito nello spazio di una notte, una cosa difficile da comprendere. È come se ogni storiella, aneddoto, che lui racconta, sia solo la prima pagina di un libro di diecimila, in cui si spiega come e perché è nata quella storia.

Quando parla dell'Italia come del paese della retorica non posso dargli tanto, nel mio piccolo sostengo la stessa cosa da molto tempo. Da noi si può insultare in nome di una malintesa libertà di pensiero ma guai a dire la verità, perché si rischia di essere perseguiti dalla Legge: una cosa molto evangelica, a pensarci bene. Ancora una volta, la soluzione sarebbe semplice: un impegno individuale prima che collettivo, quotidiano e pratico prima che teorico. Ho detto semplice, non facile!
Ma perché un battezzato, con i difetti della media credente, di nome Francesco e per di più nato ad Assisi, (quasi) nello stesso giorno del più famoso Santo, di discendenze umbro-cattoliche a perdita di memoria come me, si senta così compreso in un messaggio di un ebreo bulgaro trapiantato a Milano che diffonde cultura Yiddish, fa parte di certo dell'inizio di quel percorso di cui dicevo sopra, lungo il quale ognuno di noi deve liberarsi di ciò che ha avuto e rivestirsi delle sue sole convinzioni, come Mosè nel deserto; argomento degno almeno di un altro post e di ben altri approfondimenti!
Ma forse posso azzardare un altro paragone: che sia anche come... un autore autoprodotto che desideri esprimersi secondo il suo intuito e le sue possibilità?

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