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domenica 25 agosto 2013

"Prometeus", quando il sequel è irraggiungibile

È già dura girare la seconda parte di un film di successo, si sa.
Quando poi si parla di un capolavoro, il tentativo è una contraddizione in sé perché l'opera conquista uno spazio esclusivamente suo tra gli astri, e solo un altro capolavoro potrà, eventualmente affiancarlo.
Questa era la situazione di partenza, e anche se il papà è lo stesso,
le atmosfere claustrofobiche, il mostro orribile, il senso del disastro opprimente e imminente, il terrore e perfino la tagline di "Alien", non sono avvicinabili.
Si poteva farne il prequel, ed era già una bella idea, spiegare chi, come e perché, aveva messo le uova su quel pianeta dimenticato, aggirando anche il rischio di essere confuso con seguiti non sempre memorabili.
Ridley ha raccolto il guanto e ce l'ha fatta. Ha realizzato un ottimo film, con effetti speciali adeguati che risponde a molte domande anche in maniera adeguata e suggestiva. Questi terribili ingegneri che sperimentano armi di distruzione di massa in terre lontane non sono poi tanto inverosimili e diversi da qualche ditta farmaceutica o fabbrica di armi. Detto questo, la trama ha osato poco, ricalcando lo schema originale in più passaggi, perfino nei protagonisti, con Ripley sostituita pari pari da Elisabeth Salander combattiva come l'abbiamo conosciuta, il robot buono-cattivo, il capitano coraggioso. Rimane qualche buco, e potrebbe essere colpa del montaggio imposto come sempre dalla produzione. Per esempio: perché l'ingegnere nel prologo si suicida? E perché, alla fine, il suo collega muore "esploso" nella capsula quando, in "Alien", il suo cadavere viene trovato al posto di guida della nave? Quisquilie, o cose che forse solo noi non abbiamo capito bene.
Se, come i padri nei confronti dei figli, non alimentiamo aspettative, di un compito improbo fin dall'inizio rimane un bel film di fantascienza!

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