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venerdì 14 aprile 2017

Quattro casi per la riforma giudiziaria italiana/2


Il terzo degli appuntamenti previsti a Todi scava ancora nel solco del massimo interesse.
Si comincia con il caso di Mario Spezi, il giornalista fiorentino, deceduto dopo una lunga malattia, che seguì a lungo la vicenda del Mostro di Firenze e di Pacciani.
Come ha raccontato la sua commossa vedova, i suoi articoli critici e le sue ipotesi alternative gli spalancarono le porte del carcere insieme al presunto sodale, l'avvocato Alfredo Brizioli. I due intrapresero una battaglia giudiziaria lunga come una corsa ciclistica a tappe per la totale riabilitazione, in una gara che non è ancora finita. 850 pagine di motivazioni del Giudice dell'Udienza Preliminare (quella che deve decidere solo se, sulla base di quanto presentato, si deve o meno andare a processo) per giustificare il suo rinvio a giudizio su richiesta del PM, che a sua volta presentava tanti documenti da riempire una stanza: troppe, secondo l'avvocato. Oggi l'ennesima sentenza di assoluzione è appellata dallo stesso PM di allora, nel frattempo promosso a procuratore generale.

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Lo storico dei sistemi penali Niccolò Capponi spiega ai più perché in Italia esiste un sistema giudiziario così incentrato sull'ammissione di colpa: un paese idolatra il cui popolo cerca protezione più che giustizia; un paganesimo perpetuato, con compromessi, anche dal cattolicesimo, e fa l'esempio delle edicole poste in molti incroci a scongiurare malefici. La tortura, praticata molto più dai tribunali civili che da quelli ecclesiastici, come è invece luogo comune credere, era in realtà molto costosa e volta alla ricerca di quella che si riteneva la prova regina: la confessione. Comunque sia, il processo attuale "gira" l'intenzione del legislatore e si basa in effetti sugli atti dell'accusa, facendo sì che l'imputato debba di fatto dimostrare la sua innocenza.

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Secondo il giornalista Giangavino Sulas i casi in calendario, tra cui spiccano quelli di Raffaele Sollecito (presente) e di Massimo Bossetti (presente l'avvocato di fiducia Salvagni), evidenziano la malagiustizia. Ometto le spiegazioni sul DNA mitocondriale (e non) del secondo caso, del quale, a breve, inizierà l'appello, perché credo che questo sia necessario per chiarire i molti dubbi sollevati nell'opinione pubblica. L'identificazione di IGNOTO1 è arrivata grazie a un'indagine a tappeto senza precedenti, con il campionamento di migliaia di persone. La mamma dell'indiziato sembra sia stata indicata da una confidenza o da una lettera anonima, non ho ben capito, per cui la si è cercata, e trovata, come "depositaria" della parte di DNA "materno" di Bossetti. Ci sono comunque tre relazioni scientifiche diverse e non contrastanti, che inducono a credere che la prova regina possa essere frutto di un'interpretazione e quindi opinabile.


Francesco e Raffaele Sollecito sostengono a spada tratta che i PM hanno incarcerato il primo in attesa di una confessione che non è però mai arrivata. In particolare, Raffaele sostiene che non si è mai avvalso della facoltà di non rispondere perché nessuno l'ha mai convocato per essere interrogato. Inoltre, gli accusatori non hanno ammesso errori evidenti condannandolo a quattro anni di carcere preventivo, di cui sei mesi in isolamento. Sempre secondo Raffaele, la richiesta di risarcimento è stata respinta con criteri illogici, perché lui avrebbe omesso di dare sufficienti indizi della sua innocenza inducendo così in errore la Procura.

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La criminologa Laura Volpini si definisce subito opinionista e fa bene, perché chiarisce che in giudizio contano le prove e non le opinioni, neanche di esperti. La cosa interessante è che restituisce importanza e dignità alle prove che devono formarsi in dibattimento con l'individuazione del movente, mentre le cosiddette prove scientifiche dovrebbero fungere a sostegno e non essere definitive. Un concetto che mi trova completamente d'accordo, perché significa partire dalla scena del crimine senza farsi "corrompere" dalle proprie convinzioni, il che può indurre poi a cercare solo gli indizi a sostegno della propria tesi.

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La chiosa definitiva la mette Piero Tony, la Pubblica Accusa che chiese l'assoluzione di Pietro Pacciani, che, come fece il suo collega Pratillo Hellmann nella prima puntata del convegno, ritiene che solo la divisione delle carriere tra pubblici ministre e giudici, con concorsi e CSM separati, possa instradare in maniera definitiva la cultura processuale di casa nostra verso un processo equo.

Cosa dire? Sulla separazione sono anch'io da tempo d'accordo. Chi teme, e a ragione, un addomesticamento della funzione giudiziaria all'esecutivo, deve sapere che ci sono di certo dei sistemi per scongiurarla. Non può essere questo l'unico sistema esistente. Indipendentemente dalla soluzione trovata, l'esigenza dei cittadini è di un sistema equo che possa garantire ciascuno di non essere arrestato e condotto in galera senza fondato, indiscutibile, evidente motivo e che, di conseguenza, nessuno possa poterlo fare solo sulla base delle proprie convinzioni.



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