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giovedì 2 giugno 2016

Lo Stato contro Fritz Bauer, l'annosa questione della scelta


Il procuratore capo ebreo Fritz Bauer decide, tutto in una volta, di dare una spinta decisiva alle indagini per la cattura degli ex-criminali nazisti, convinto che, nel 1957, sia finalmente giunto il momento di fare i conti con il passato.
Ma il potere costituito della nascente Germania democratica è interessato solo finché la scelta è retorica, sia perché tutti i tedeschi, colpevoli o meno, vogliono guardare avanti, sia perché una grossa parte dei funzionari nazisti si è mutuata indenne nelle nuove gerarchie. Bauer, difronte alla manifesta inanità, opta per la propria coscienza e informa il Mossad, commettendo il reato di alto tradimento nei confronti del suo paese. Non sarà immediato, ma alla fine il Servizio israeliano farà il lavoro sporco e quello pulito, rapendo, com'è noto, Eichmann in Argentina per processarlo un anno dopo a Gerusalemme in mondovisione.

Il film affronta di petto il tema centrale della scelta del protagonista descrivendo senza mezze misure le malevole intenzioni dei personaggi che lo circondano, dipinti in maniera quasi macchiettistica nel loro pervicace ostacolare il coscienzioso procuratore. Paradossalmente si tratta, come Eichmann, di burocrati incapaci di valutare il loro operato oltre il dovere irrinunciabile che la loro posizione comporta, sia che lo facciano perché fieri dipendenti dell'apparato sia perché interessati a che il nazismo sia sepolto per sempre il prima possibile. Tra parentesi, pensare che sia possibile sopire il ricordo di una cosa come il Nazismo, ed adoperarsi per farlo, accende molti altri inquietanti interrogativi. La sua mai taciuta, né mai dichiarata, omosessualità diventa uno dei tanti spunti per ricattarlo al silenzio.

Questo argomento mi è caro tanto da averlo già trattato: il potere, quasi dotato di vita propria, tende a superare le esigenze e le intenzioni dei singoli, anzi servendosene proprio per sopravvivere. Personalmente, e come Hanna Harendt, ritengo Eichmann colpevole non tanto della macroscopica accusa per la quale venne condannato a morte, ma del fatto di essere stato incapace di anteporre la propria coscienza all'imposizione degli ordini, e credo che questo sia il nodo veramente cruciale. Cosa avrebbe potuto fare? Suicidarsi, fuggire, in ogni modo rifiutarsi, e verosimilmente un altro l'avrebbe sostituito forse con diversa efficacia. Quell'uomo, come tanti altri suoi colleghi, doveva essere catturato e processato agli occhi del mondo, sacrificato al doveroso tentativo di educare l'umanità, quindi fu legittimo rapirlo difronte alle resistenze di altri interessi che ne avrebbero impedito la cattura mentre nessuna legge può essere fine a sé stessa; ma ritenerlo colpevole della morte di milioni di persone mi sembra quantomeno fuorviante. Questa responsabilità deve essere proporzionalmente ripartita tra tutti coloro che sostennero il Nazismo, dalla parte minima del ragazzo della HitlerJugend fino a quella massima dei suoi vertici pazzi e criminali.



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