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lunedì 15 agosto 2016

L'ombra dello scorpione, una felice distopia classica

L'ombra dello scorpioneL'ombra dello scorpione by Stephen King
My rating: 5 of 5 stars

È difficile, per me, dare meno di cinque stelle a un libro di Stephen King, e non perché ne sia affezionato lettore, anzi, i romanzi macabri o giù di lì non sono i miei preferiti.

Però lui riesce sempre intrecciare storie e personaggi in maniera convincente e con una qualità narrativa tanto immediata quanto efficace, che è una delle cose che più apprezzo negli autori.
Anche qui, come in altre storie apparentemente "normali" (per quanto "normali" possano definirsi le sue) mette qualcosa di imponderabile, che va oltre la semplice invenzione della distopia più o meno possibile: un elemento sovrannaturale che, come tale, rimane inspiegabile e inspiegato.
L'umanità tenta ancora una volta di distruggere se stessa, questa volta con armi chimiche sfuggite al controllo. Siccome anche la vita è imprevedibile, qualcuno sfugge al massacro, precisamente l'1% circa della popolazione mondiale, rigettato in una specie di Medioevo contemporaneo tra l'abbondanza di mezzi e risorse abbandonati a se stessi. E cosa fanno, appena scampati e riorganizzati in minime comunità? Ovvio: pensano a combattersi e distruggersi a vicenda.
Fin qui, un'ordinaria catastrofe molto meno che distopica, a ben vedere.
Il valore aggiunto è l'incarnazione, a capo dei due nuovi regni del Bene e del Male contrapposti, di una Vecchia Nera "unta" -non si sa bene da chi- di 108 anni per l'uno e di una specie di Demonio Umano per l'altro.
Dico così perché entrambi attirano gli accoliti entrando nei sogni dei loro accoliti, conoscendoli da ben prima di incontrarli, dimostrando facoltà -quasi- divine, infondendo loro fiducia e convinzione, ciascuno nella sua Nuova Via. Il perché e il percome dei due rimangono un mistero, e a questo accennavo sopra.
Il finale, sinistro e tonitruante, è aperto e non delude, anzi ci riporta con i piedi ben a terra con l'ennesima previsione del mondo futuro, questa volta, purtroppo, molto meno distopica.


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