La banda della Magliana fu un'organizzazione criminale che imperversò per le strade della Capitale con propaggini in altre parti e zone d'interesse d'Italia, dai primi anni 70, e c'è chi sostiene che sia ancora in opera.
Cronaca giudiziaria a parte, la serie TV messa in produzione da Sky ha il coraggioso merito
di toccare tutti gli argomenti, autentici o leggendari, dei quali per anni si è parlato a proposito dei fatti e dei misfatti di questa singolare associazione, senza cedere ad elegìe blasfeme e rischiose mitizzazioni, come alcune critiche sembravano alludere all'epoca in cui il film (a puntate) fu messo in onda, se non per necessità sceniche. Perché, per quanto certi accadimenti truculenti scuotano le anime degli spettatori, sempre di uno sceneggiato televisivo si tratta, e il primo scopo, pur nel meritevole impegno appena tratteggiato, è quello di intrattenere.
Ancora una volta (e la cosa comincia a rendermi felice perché sono ancor più convinto che ci siano mezzi e idee per realizzare ottime produzioni anche in Italia con un pizzico di coraggio) devo ricredermi sulla qualità di una serie poliziesca che non venga da oltreoceano: questa ne è un ottimo esempio. Attori concentrati, espressioni cariche, la scelta doverosa del dialetto romanesco: tutto è sottolineato e necessario, perché di fiction, appunto, si parla, e non di un documentario.
In questo cedo anch'io: l'espressione truce del Libanese può sembrare esagerata se vista dal divano, ma omicidi e rapine e traffici succedevano, e c'è da credere che gli autori abbiano agito con la necessaria determinazione. E altrettanto necessaria è la semplificazione del mostrare le alleanze nei luoghi comuni dei due anonimi 007 o del siciliano al ristorante, perché non si può spiegare tutto avendo un solo filo conduttore, quello della banda, di per sé già abbastanza corposo.
Rimane lo stupefacente spettacolo della semplicità con cui alcuni ventenni arrivarono a gestire e ricattare fin dentro le più alte stanze della politica, e ad essere da queste investiti di questioni nazionali come il rapimento di Moro o scottantissime come quello di Emanuela Orlandi: e lo stupore discende proprio dal fatto che queste, credo, siano le cose più reali di tutte.
È triste e suggestivo il crepuscolo della banda, nonostante lo spettatore si senta sollevato; e altrettanto triste, perché reale, è lo sguardo di Scialoja nel vedere ogni volta vanificati i suoi sforzi. Come in "C'era una volta in America", non c'è spazio per l'amicizia, perché chi è leale soccombe e tutti, alla fine, tradiscono tutti: così sono zittiti i critici. Non c'è amicizia così forte da non trovare un tradimento più forte.
Unico appunto, la colonna sonora: indimenticabili le disco-hits proposte, ma la romanità caratterizzante, protagonista quanto il Freddo e il Libanese, avrebbe meritato, a mio avviso, i migliori pezzi italiani e non qualche sporadica citazione.
E comunque: bravi tutti, dal cast al regista ai soggettisti e agli sceneggiatori.
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